Ad un anno dal lockdown stiamo al punto di partenza o quasi

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Sono passati 365 giorni da quanto l’allora premier Giuseppe Conte annunciò il l0ckdown dell’Italia. Il giorno dopo l’Organizzazione mondiale della sanità affermò trattarsi di pandemia. Settimane in casa per evitare l’espandersi del contagio del covid-19. La serrata di quasi tutte le attività commerciali, tranne alcuni settori come l’alimentare e generi di prima necessità. Per la precisione 69 interminabili giorni, fino a quel lunedì 18 maggio quando terminò la fase di chiusura e con essa le misure restrittive delle libertà personali che ci hanno accompagnato e segnato durante quella che sarebbe dovuta essere la fase peggiore del Coronavirus.

Sono stati 69 giorni segnati da oltre 20 decreti emmessi dal Presidente del Consiglio, centinaia fra ordinanze della Protezione civile, del Commissario per l’emergenza, delle Regioni e dei Sindaci.

Incollati al televisore abbiamo visto immagini scioccanti che arrivavano dagli ospedali, dai cimiteri e dalle città deserte.

Sono stati 69 giorni in cui hanno aleggiato due speranze: da #andràtuttobene, con la speranza di sopravvivere alla pandemia e di ritornare alla normalità alla speranza che ognuno di noi potesse diventare una persona migliore e l’umanità stessa potesse diventare “più umana” .

Un periodo che troverà spazio sui libri di storia.

Da allora ad oggi, tranne una breve parentesi coincisa con i mesi estivi, pare che nulla sia cambiato. Ci sono stati più di centomila morti a causa diretta o indiretta del covid. Mogli, mariti, figli, si sono visti portare via dalle ambulanze i loro affetti e, senza avere la possibilità di rivederli o dare loro l’ultimo saluto, sono stati raggiunti da una fredda telefonata che ne annunciava la morte. L’economia ha avuto un calo pauroso. Sono aumentate le persone con disagio sociale. Il lavoro e diminuito.

In queste ore sembra di essere tornati esattamente alla stessa situazione di un anno fa. Si peventa un nuovo lockdown o per  meglio dire “zona rossa nazionale”, che è solo un cambiamento di denominazione ma in realtà sono abbastanza simili.

In 12 mesi l’unica cosa positiva è forse quella di saper come cercare di affrontare nell’immediato a livello medico i malati. Si “viaggia” ad una media di circa 300 decessi giornalieri addossati al covid anche se nessuno dirà mai quanti effettivamente sono deceduti per il covid e quanti, seppur contagiati, per gravi patologie pregresse.

E’ come nel gioco dell’oca, si è tornati alla casella di partenza.

La speranza è riposta nel vaccino. Ma anche da questo punto di vista sono stati commessi errori. Le vaccinazioni procedono a macchia di leopardo sul territorio nazionale ed in alcuni casi molto a rilento a causa delle mancanza oltre che del vaccino anche di personale idoneo alla somministrazione.

Perchè non ci si è pensato per tempo? Perchè è stato fatto poco o nulla dalla fine del primo lockdown al dicembre scorso?

Lo strumento maggiormente utilizzato è sempre stato è quello delle “chiusure”. Una misura coercitiva che forse è servita solo per far diminuire i casi di contagio, i posti negli ospedali e nelle terapie intensive.

Occorre una svolta radicale non solo dal punto di vista sanitario. Bisogna prima possibile recuperare il senso e la sicurezza della quotidianità. Rimettere in moto settori vitali del paese per il benessere e la qualità della vita di tutti, come l’economia, il lavoro, le scuole, i servizi sociosanitari, le opere pubbliche, il senso di comunità e di civiltà.

Naturalmente i primi a rispettare le regole siamo noi cittadini, ma purtroppo spesso non lo facciamo.

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